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Lo oidio

Descrizione

L’oidio, detto anche mal bianco, è una malattia delle piante provocata da funghi appartenenti al genere degli Ascomiceti e alla famiglia delle Erysiphaceae. Il termine oidio nasce proprio dal nome scientifico anticamente attribuito a questa particolare famiglia di funghi, chiamata oidium oidium e precisamente Oidium tuckeri. Altro nome scientifico di questa specie patogena è Erysiphe necator. L’oidio si manifesta con una evidente patina di colore bianco che ricopre l’apparato fogliare della pianta, i germogli, i fiori e anche i frutti. E’ come se la pianta fosse ricoperta da una polvere simile alla farina. Questa condizione porta la pianta a bloccare la sua crescita e perdere prematuramente le foglie e i frutti. In base al periodo di maturazione della pianta si può assistere a un raggrinzimento delle parti colpite, specie se sono in via di sviluppo, fino alla necrosi del tessuto vegetale e alla definitiva moria di tutta la pianta. Riconoscere una pianta colpita da oidio non è difficile perché le foglie e i frutti in maturazione, che all’inizio della malattia vengono attaccati per primi, si presentano come se vi si fosse spruzzato sopra un po’ di polvere di borotalco. Man mano che l’infezione progredisce le macchie si allargano e si uniscono coprendo completamente la parte colpita come se fosse coperta da una sorta di vello.

Eziologia

I funghi responsabili dell’oidio sono degli ascomiceti invisibili all’occhio umano, che producono delle ife o filamenti conici da cui si sviluppano delle spore, chiamate oidiospore. Sono proprio le spore trasportate dal vento, le responsabili dell’infezione a molte specie di piante da giardino. In passato si è cercato di studiare a lungo le modalità di propagazione dell’oidio che si fa attribuire a diverse specie di funghi del genere oidium. All’interno di questo genere si ritrovano sia funghi perfetti che imperfetti. La classificazione si riferisce alle loro modalità di riproduzione. Gli oidium perfetti si riproducono in modalità sessuata, mentre quelli imperfetti tramite riproduzione asessuata. Sia nell’una che nell’altra specie, le modalità di infezione e l’aspetto della malattia sono molto simili, così come simili sono le modalità di trattamento per debellarla e salvare la pianta colpita. La differenziazione tra oidium perfetti e imperfetti dipende dal tipo di piante che vengono attaccate. Alcuni funghi oidium attaccano specie diverse, altri ne prediligono soltanto una in particolare. Conoscere questo specifico comportamento degli oidium permette di tutelare meglio le proprie piante da giardino e di scegliere quelle meno sensibili agli attacchi di questi miceti.

Quali piante vengono colpite

Gli oidium attaccano piante come spinacio, bietola, radicchio, cicoria, indivia, orzo, frumento, carota, sedano, prezzemolo, finocchio, pisello, rabarbaro, grano saraceno, cardo, melo, nocciolo, quercia, vite, pesco, anguria, melone, zucche, zucchine e cetriolo. Le infezioni sono rare nel pero, nei peperoni, nella lattuga e in altri cereali. Per quanto riguarda altre piante, comprese anche quelle da giardino, le specie maggiormente suscettibili all’oidio sono il lillà, il lauceraso, la rosa, l’acero, il platano, l’alloro, la pervinca, il biancospino, l’ortensia, il crisantemo, la begonia, la zinnia, la dalia, la maonia, l’evonimo e la calendula.

Cause della malattia

L’oidio si sviluppa a seguito di particolari condizioni climatiche, specie in presenza di un alto tasso di umidità. I funghi o miceti, sono degli organismi che prosperano proprio in ambienti fortemente umidi. Anche negli edifici umidi si propagano le classiche muffe verdi. I miceti del genere oidium non attaccano però le piante da appartamento, ma solo quelle esterne, poiché le spore si propagano solo all’aperto e tramite l’azione del vento. Queste stesse spore si producono dal fungo che resta attaccato all’apparato fogliare della pianta anche quando queste cadono. Le foglie o altre parti infette della pianta rappresentano per gli oidium una fonte di sopravvivenza indispensabile nella stagione invernale. Gli oidium si nutrono infatti di materia organica originata dalla decomposizione di sostanze vegetali. Il rapporto parassitario tra il fungo e l’ospite viene definito “obbligato” perché senza il nutrimento delle piante infette, il fungo non potrebbe sopravvivere alle bsse temperature. Sopravvive bene, invece, a quelle alte ed ecco perché l’oidio può colpire le piante anche in condizioni di caldo secco. Le spore verranno rilasciate dal fungo all’inizio della primavera quando il vento le trasporterà su altre piante facendo propagare nuovamente l’infezione. Naturalmente la specie vegetale attaccata risentirà del principio della malattia indebolendosi e rallentando la sua attività di crescita e di fotosintesi. La crescita della pianta sarà tanto più lenta quanto più estesa sarà l’infezione. Il rallentamento della crescita è segnato dal raggrinzimento delle foglie o ad una deformazione della struttura complessiva della pianta. Il danno dell’oidio sarà, dunque, non solo ambientale ( per la minaccia alle coltivazioni), ma anche di natura estetica, specie se a venire colpite sono specie dall’alto valore decorativo.

Come prevenirla

In botanica, come in qualsiasi settore della vita coinvolto da problemi sanitari, vale la regola “prevenire è meglio che curare”. Prima che le piante vengano attaccate dal fungo che causa l’oidio o mal bianco è opportuno adottare alcuni utili accorgimenti. Intanto bisogna evitare che la pianta cresca in ambienti particolarmente umidi, è quindi preferibile scegliere posizioni particolarmente soleggiate e protette da sbalzi di temperatura e umidità. I trattamenti di prevenzione comprendono anche l’uso dello zolfo da spruzzare sulle foglie della pianta a primavera, prima della maturazione dei fiori. L’operazione va ripetuta ogni due, massimo tre settimane o per un massimo di 4, 5 volte l’anno. Lo zolfo non va usato quando le piante cominciano a fiorire perché ha un effetto tossico sulle api e su altri insetti utili. Le applicazioni vanno fatte preferibilmente al mattino. A scopo preventivo si usa lo zolfo ventilato. Si tratta di una miscela di zolfo ridotto in polvere, con effetto disidratante sul micelio del fungo oidium il quale muore prima ancora di infettare la pianta. La miscela di zolfo ventilato, in barattolo da mezzo chilo, va applicata la mattina presto o al tramonto, per depotenziarne la tossicità, con un dosaggio di 500 grammi ogni 100 metri quadri, per tre settimane. La sostanza resta attiva a temperature comprese tra i 12 e i 40 gradi. Da ricordare che questo tipo di zolfo è ormai proibito in agricoltura biologica e va usato solo per piante ornamentali o per coltivazioni non biologiche. Altra utile tecnica di prevenzione dell’oidio, scuotere le piante per eliminare accumuli di brina notturna. L’eliminazione della brina favorisce una veloce asciugatura della pianta che va preferibilmente collocata in zone ben areate, perché la scarsa ventilazione crea umidità favorendo la proliferazione del fungo.

Come combatterla

Per combattere l’oidio si usano sostanze antifunghine sia di sintesi che naturali. Le sostanze naturali sono preferibili a quelle chimiche perché meno pericolose per la salute delle piante e degli insetti non nocivi che si nutrono delle sostanze prodotte dal mondo vegetale. Lo zolfo è utile sia come trattamento preventivo che come terapia, facendo attenzione a usarlo con gli accorgimenti che abbiamo indicato al paragrafo precedente. Per combattere efficacemente l’oidio conclamato con lo zolfo, si possono usare diverse tipologie di prodotto: zolfo polverizzato e zolfo bagnabile. Molto attivo è lo zolfo sublimato raffinato ottenuto macinando lo zolfo fino a ottenere particelle molto sottili. Questa sostanza è molto efficace se mescolata con il nerofumo. Efficace contro la malattia in piena diffusione è anche lo zolfo bagnabile che viene prodotto con varie formulazioni composte da polveri e miscele liquide a cui può essere aggiunto del rame o sostanze proteiche come il proteinato di zolfo. Lo zolfo bagnabile può essere anche composto solo da zolfo e sostanze acquose, questo prodotto è, però, poco persistente. Il più efficace è lo zolfo bagnabile detto “colloidale” cioè ridotto in microparticelle. Quest’ultimo composto è più tossico del precedente e per ridurne gli effetti dannosi conviene applicarlo in estate, nelle prime ore del mattino.

Sostanze chimiche contro l’oidio

I preparati fitosanitari per combattere l’oidio sono molto numerosi. Naturalmente bisogna scegliere quelli che permettono di combattere la malattia senza inquinare l’ambiente e le piante colpite. Con i preparati chimici non sempre è facile raggiungere questo compromesso. I preparati fitosanitari contro il mal bianco delle piante sono sempre composti da sostanze a effetto fungicida, con un’azione che disidrata completamente il micelio ( radice filamentosa) del fungo oidium impedendogli di produrre le spore e portandolo quindi alla morte. I prodotti antifunghini per piante, alternativi allo zolfo, sono a base di: , triadimefon, triforine, dinocap, bupirimate, dodemorf, ditalimfos, pyrazophos, procloraz, bitertanolo, fenarimol, , esaconazolo, penconazol e tetraconazolo. Tutte queste sostanze fanno parte dei componenti triazolici, cioè prodotti in grado di intervenire sulla produzione di ergosterolo, sostanza che permette la sopravvivenza del fungo. Il prodotto più efficace sembra sia stato il tetraconazolo, in una formulazione commerciale chiamata Domark 125. Si tratta di una emulsione diluita in acqua che protegge tutta la superficie della pianta impedendo la progressione della malattia. Su questo prodotto non si hanno notizie relative alla sua tossicità. Gli esperti consigliano di alternare tra loro l’uso dei triazolici, anche in base alla pianta da curare. In genere non si dovrebbero superare i tre, quattro trattamenti all’anno per evitare fenomeni di resistenza del fungo.

Funghi antagonisti dell’oidium

La cosiddetta “lotta biologica” alle malattie delle piante si può effettuare anche con sostanze totalmente naturali. La stessa regola vale per l’oidio, che può essere sconfitta tramite l’utilizzo di un fungo antagonista, cioè di un “parente” stretto del miceto oidium, il quale, invece di attaccare le piante, si nutre proprio del suo simile. Il fungo antagonista che elimina l’oidium si chiama Ampelomyces quisqualis. Questo miceto viene miscelato con olio minerale e si somministra preferibilmente in autunno, quando i resti dell’oidium cominciano la loro azione parassitaria sulla pianta.

Peronospora

Descrizione

La peronospora è una malattia che colpisce piante erbacee sia ornamentali che orticole. E’ provocata da un fungo appartenente al genere peronospora e a due differenti famiglie di miceti: le perenospoaracee e le piziacee. Entrambe le famiglie di funghi fanno parte, come già detto, del genere peronospora e causano la stessa tipologia di sintomi nelle piante colpite. La peronospora è conosciuta fin dal secolo scorso e anche se non provoca l’immediata morte della pianta è responsabile di gravi danni economici dovuti alle perdite colturali seguite alla malattia. Colpendo anche le piante da giardino, la peronospora è in grado di deturpare la resa estetica dello spazio esterno per via dell’avvizzimento e della modifica fisiologica delle parti vegetali infette. Sembra che il fungo della peronospora sia originario delle regioni umide del Sud America.

Piante colpite

La peronospora è molto temuta in agricoltura per via dei gravi danni economici dovuti alla perdita della produzione delle piante orticole colpite. Tra le specie comunemente attaccate dal fungo ricordiamo la vite, il pomodoro, la patata, i cavoli, la cipolla, l’aglio, il porro, il tabacco, il cetriolo, il melone, la bietola, le rose e più raramente la melanzana. Nelle zone umide e temperate delle nostre regioni, la peronospora è più frequente nella vite, nei pomodori, nelle patate e nelle rose. Il fungo responsabile dell’infezione alle solanaceae si chiama Phytophthora infestans, mentre quello che infetta la vite viene scientificamente denominato Plasmopara viticola, dal nome della famiglia a cui il miceto appartiene. L’agente responsabile di infezioni ad altre specie vegetali può appartenere ad altri generi di funghi, tra cui, oltre alla Plasmopara e alla Phytospora, si ricordano la Pseudoperonospora che attacca le cucurbitacee ( melone) e la Bremia che attacca verdure come cicoria, lattuga e carciofo.

Ciclo vitale

La peronospora è un fungo parassitario, cioè si diffonde sulle piante erbacee per motivi di sopravvivenza e di riproduzione. Il suo ciclo vitale si compie sottraendo importanti sostanze nutritive alla pianta colpita. Questo fungo, in base alla specie a cui appartiene, si può riprodurre per via sessuata o asessuata. Con la riproduzione sessuata si originano le oospore, mentre con quella asessuata, le zoospore che rilasciate sul terreno umido e su piante precedentemente infestate attaccano le nuove coltivazioni. Le oospore, cioè le spore che germinano per via sessuale, sono molto rare, mentre la maggior parte delle infezioni da peronospora si origina dalle zoospore. Il ciclo vitale della peronospora è rappresentato dal micelio, una sorta di filamento microscopico da cui si originano le spore o zoospore. Potremmo definirlo come lo stadio riproduttivo del fungo. Il micelio si forma sulla pianta e sverna, cioè rilascia le spore, nel periodo invernale, mentre infetta la pianta nel periodo primaverile.

Sintomi

La peronospora attacca l’apparato fogliare della pianta con sintomi evidenti nel margine inferiore. Quando l’infezione sarà avanzata si estenderà anche ai frutti. I sintomi della peronospora sono la presenza di macchie di diverso colore sulle foglie; macchie che possono virare dal giallo, al bruno o al violaceo in base alla pianta colpita. Caratteristiche sono le macchie violacee nella peronospora della rosa, mentre per l’omonima infezione della vite si formano macchie traslucide, simili all’olio di oliva. In seguito si assiste alla marcescenza della parte colpita con formazione di muffa biancastra. Questo sintomo può provocare l’accartocciamento delle foglie e la loro caduta definitiva. Man mano che l’infezione avanza si assiste anche al cambiamento di colore nei frutti, alla loro marcescenza e alla conseguente necrosi. La sintomatologia descritta è simile in tutte le piante colpite, con variazioni nella reazione della pianta e nella fisiologia delle parti infette che sono determinate anche dalle condizioni climatiche in cui le piante sono coltivate.

Cause della malattia

La peronospora è favorita dai climi umidi e temperati. Non riesce, infatti, a sopravvivere nelle zone secche, anche se molto calde, così come non sono ideali i climi freddi. La temperatura ideale allo sviluppo del fungo è compresa tra 18 e 24 gradi. La temperatura e il tasso di umidità sono determinanti per la formazione del micelio e la sua conseguente germinazione con formazione diretta di altro micelio o produzione di zoospore. In genere, lo sviluppo della peronospora è favorito da un elevato tasso di umidità compreso tra l’80 e il 90%. Temperatura e umidità sono anche in grado di accelerare il periodo di incubazione del fungo, periodo che varia da quattro a otto giorni. L’incubazione può essere più o meno breve anche in base alla specie colpita. Altro fattore che potrebbe causare la malattia, innesti e potature errate che rendono la pianta particolarmente vulnerabile agli attacchi di parassiti e altri agenti patogeni.

Come prevenirla

La peronospora si può prevenire cercando di limitare, per quanto è possibile, la presenza delle condizioni che favoriscono lo sviluppo e la propagazione del fungo. Intanto bisogna ridurre le irrigazioni eccessive ed evitare gli accumuli di umidità nel terreno da cui hanno origine le spore infettanti. Per le piante ornamentali è consigliabile collocarle su terreni asciutti, in luoghi soleggiati, riparati dal vento, ma ben areati. Non bisogna trascurare nemmeno la pulizia stagionale del terreno per eliminare residui vegetali in cui sono già inoculate le spore. Inoltre bisogna procedere a regolare potatura invernale ed estiva e ad innesti con cultivar che si presentano resistenti agli attacchi del fungo. Dagli innesti si possono, infatti, ottenere varietà di piante non suscettibili allo sviluppo della peronospora anche in particolari condizioni di temperatura e di umidità. A tal proposito ricordiamo che esistono specie orticole che non vengono attaccate dalla peronospora, come le zucche e l’anguria.

Come combatterla

La lotta alla peronospora avviene usando degli anticrittogamici che possono avere sia una funzione preventiva che curativa. Nel primo caso si parla di anticrittogamici da contatto, vale a dire sostanze che vanno a ricoprire le parti della pianta prima che sia avvenuta l’infezione impedendo così il contatto della stessa con le spore trasportate dal vento o da residui vegetali infetti. Gli anticrittogamici da contatto vanno somministrati quando ancora non si sono presentate le condizioni climatiche che favoriscono lo sviluppo della malattia. Molti prodotti preventivi per la lotta alla peronospora sono composti da ossidi, cloruri e idrocloruri di rame usati anche per combattere eventuali infezioni batteriche della pianta che coesistono con la peronospora. Tra gli anticrittogamici da contatto si ricordano anche il Clortalonil, il Diclofluanide e l’Anilazina, principi attivi di sintesi impiegati per la peronospora del pomodoro. A seguito di direttive europee il Diclofluanide e l’Anilazina sono stati oggetto di revoca e revisione come funghicidi, mentre sono stati annoverati tra i biocidi, cioè agenti disinfettanti e antibatterici. A scopo preventivo si può usare anche il fosetil di alluminio.

Funghicidi curativi

Oltre agli anticrittogamici da contatto, la peronospora si può combattere anche con i cosiddetti fungicidi sistemici che agiscono se vengono assorbiti dal micelio del fungo. Tra questi ricordiamo cimoxanil, benolaxyl, furalaxil, metalaxyl, ofurace, keralaxil e oxadixil. Alcuni dei prodotti citati derivano dai benzimidazolici e dai fenilammidici e possono essere miscelati con ossicloruri di rame, ma il dosaggio e la frequenza delle applicazioni dipenderanno dal ciclo vegetativo della pianta, dalle condizioni ambientali e dalla specie vegetale infettata. Sulla rosa bisogna applicare i fungicidi sistemici nella parte inferiore della foglia, intervenendo con trattamenti ogni 5, 15 giorni. I fenilammidici si applicano entro due, tre giorni dalla comparsa della malattia, ma il periodo di applicazione dipende anche delle sostanze con cui sono miscelati. Se contengono carbammati vanno usati prima della fioritura, se contengono prodotti a base di rame si possono usare in qualsiasi momento. Protocolli fitosanitari non ammettono più di tre applicazioni annue di derivati fenilammidici per la peronospora della vite. I fungicidi miscelati con rame possono anche avere un effetto combinato, cioè preventivo e curativo allo stesso tempo.

Formulazioni funghicidi

I fungicidi per combattere la peronospora possono avere diverse formulazioni fitosanitarie. Le più usate sono quelle in polvere bagnabile, liquide e in granuli idrodispersibili. I fungicidi in polvere bagnabile si miscelano con 10 litri di acqua per ogni quantità minima indicata nella confezione. L’applicazione deve avvenire ogni 10, 12 giorni per la vite, a partire dalla prima pioggia a rischio di infezione e ogni 9 giorni per pomodoro e melone. Anche i fungicidi liquidi si sciolgono in acqua in base alle proporzioni indicate nell’involucro del prodotto acquistato. I dosaggi variano anche in base al tipo di pianta da curare. I fungicidi liquidi vengono assorbiti dalla radice estendendosi poi alle foglie e svolgendo un’azione selettiva sul fungo da debellare. I fungicidi in granuli idrodispersibili contengono in genere ossicloruro di rame o rame e alluminio. Si chiamano idrodispersibili perché vanno applicati dopo averli sciolti in acqua. I trattamenti con i fungicidi vanno sospesi prima della raccolta delle colture. I tempi di sospensione variano in base al tipo di pianta trattata. I trattamenti con granuli dispersibili vanno sospesi tre giorni prima della raccolta del pomodoro, della melanzana, dell’aglio, della fragola, della cipolla e dello scalogno. Per le altre colture i trattamenti vanno sospesi almeno 20 giorni prima della raccolta. Le cure con polvere bagnabile vanno sospese 7 giorni prima della raccolta di patate, melone e pomodoro e sempre 20 giorni prima per le altre colture. I trattamenti con fungicidi liquidi vanno sospesi tre giorni prima della raccolta di meloni e cocomeri e 20 giorni prima per le altre colture.

Batteriosi

Descrizione

Le batteriosi sono delle malattie delle piante causate da batteri fitopatogeni. Questi agenti infettivi penetrano nella pianta a causa di errori di coltivazione, potature troppo aggressive o innesti errati. Le ferite dei tagli possono causare l’ingresso, nella pianta, di diversi organismi patogeni responsabili di affezioni conosciute proprio con il nome di batteriosi. I batteri possono colpire qualsiasi tipo di pianta, anche se le batteriosi più comuni riguardano alcune specie ornamentali, come la rosa e la magnolia, l’oleandro, ma anche alberi da frutto come l’olivo, il kiwi e l’albicocco. Ad essere colpiti dalla batteriosi sono anche il pomodoro, gli agrumi e l’aglio. Le conseguenze delle batteriosi sono non solo la morte della pianta, ma tutta una serie di patologie correlate, come i tumori, che portano all’essiccamento della struttura vegetale e poi alla morte della specie colpita.

Cause

Le cause delle batteriosi vegetali possono essere molte e vanno tutte individuate e rimosse per mettere a punto una strategia preventiva che impedisca ai batteri di penetrare nelle piante. Durante la coltivazione e l’irrigazione delle specie coltivate, bisogna fare attenzione ai ristagni idrici che indeboliscono l’apparato radicale facendolo marcire e creando un ambiente utile alla riproduzione dei batteri. Altre cause di batteriosi possono essere le potature errate con tagli imprecisi e lacerazioni profonde che espongono la pianta all’azione di numerosi agenti patogeni. Le ferite dei tagli vanno adeguatamente protette con mastice o altro materiale in modo, da impedire l’ingresso dei batteri all’interno delle stesse. Una causa comune di batteriosi può essere anche l’innesto errato o, meglio, eseguito con parti vegetali precedentemente infette. E’ possibile provocare una batteriosi alla pianta quando si usano un nesto o un portainnesto con un principio di infezione. Attirano i batteri anche le scarse pratiche igieniche sugli attrezzi per la coltivazione e la potatura. Tagliare un ramo con un coltello o una cesoia non disinfettata può essere una delle principali cause di batteriosi della pianta.

Batteriosi della rosa

La batteriosi della rosa è provocata dall’Agrobacterium tumefaciens, un agente patogeno che attacca le radici della pianta determinando anche l’insorgere di tumori vegetali noti con il nome di tumori batterici. L’agrobacterium colpisce la rosa, ma anche specie a frutto ed evonimus. Prima di infettare la pianta, questo batterio può vivere nel terreno per oltre due anni. Una volta che riesce ad attaccare le radici vegetali, l’agrobacterium dà vita a un tumore che altera irrimediabilmente i tessuti della pianta. Quando il tumore assume dimensioni molto grandi si assiste alla morte della specie infettata.

Batteriosi della magnolia e del kiwi

La batteriosi della magnolia e del kiwi è provocata dal batterio Pseudomonas syringae, che attacca le foglie delle magnolie e i tralci , i boccioli, i fiori ed i frutti della pianta da frutto. La batteriosi della magnolia si manifesta in primavera con macchie scure sulle foglie, contornate di un alone giallastro. I sintomi dell’infezione diventano meno evidenti in estate, anche se le foglie colpite tendono a seccarsi e a cadere. Nelle piante del genere actinidia ( kiwi) si assiste a uno scurimento delle foglie e dei fiori, al disseccamento dei frutti e alla loro caduta, fino alla definitiva morte della pianta colpita.

Batteriosi pomodoro, albicocco, aglio

Il pomodoro può essere colpito dallo stesso batterio che colpisce il kiwi e la magnolia (Pseudomonas syringae), o da altri agenti infettivi. Tra i più temibili si ricordano lo Xanthomonas campestris e l’Orynebacterium michiganense. Il primo è responsabile della cosiddetta maculatura batterica che colpisce le foglie e i frutti del pomodoro. L’infezione si manifesta nel mese di giugno, con macchie scure che, oltre a danneggiare la produzione, devitalizzano la pianta. Il secondo agente infettivo provoca il cancro batterico, che attacca il fusto della pianta scurendolo e rendendolo spugnoso. Questa infezione impedisce alla pianta di fruttificare, portandola al disseccamento e alla morte. Lo Pseudomonas syringae e lo Xanthomonas campestris possono colpire anche l’albicocco e l’aglio. Sempre lo Xanthomonas campestris causa il cancro batterico negli agrumi.

Batteriosi dell’olivo e dell’oleandro

Errori di potatura, ferite provocate dall’uomo o causate da freddo e grandine possono favorire, nella pianta, lo sviluppo di un agente patogeno responsabile di una batteriosi conosciuta come rogna. Questa malattia si manifesta frequentemente nell’olivo e nell’oleandro. Quando le suddette piante sono, infette, sui loro rami si formano delle protuberanze o delle escrescenze con una consistenza simile al legno, di forma sferica e grandezza variabile. Queste formazioni, prima o poi, si staccano dalla pianta, ma ne provocano il deperimento, con gravi danni alla produzione commerciale.

Prevenzione

Non esistono allo stato attuale presidi fitosanitari specifici per le batteriosi, la soluzione efficace per combattere le batteriosi resta, dunque, la prevenzione, da effettuare periodicamente sia sul terreno che sulle piante stesse. In genere, le batteriosi si prevengono effettuando un’analisi del suolo per correggerne eventuali squilibri nutrizionali, cioè eccessi o difetti di determinate sostanze nutritive indispensabili alla salute e alla buona crescita delle piante. Le batteriosi si prevengono evitando anche i ristagni idrici sul terreno ed evitando le irrigazioni a pioggia, cioè quelle che fanno arrivare alla pianta l’acqua in gocce. Gli attrezzi per la potatura e gli innesti vanno adeguatamente puliti e disinfettati prima di ogni operazione. E’ consigliabile non lasciare tralci di potatura nelle vicinanze della pianta. Se i tagli di potatura sono più grandi di due, tre centimetri, vanno chiusi con mastice miscelato a sali di rame.

Cura

Le batteriosi vegetali conclamate si curano con prodotti a base di rame. Molto efficace sembra essere il solfato di rame mischiato con acqua e calce. Il rame si compra presso negozi specializzati in presidi fitosanitari. La distribuzione del rame avviene passando un pennello impegnato lungo tutto il fusto della pianta. Le piante totalmente infette vanno raccolte e bruciate, mentre il terreno va trattato con prodotti specifici. Per evitare condizioni di inquinamento e tossicità della pianta e del terreno, i prodotti contro le batteriosi vanno distribuiti rispettando le quantità indicate nella confezione.

Fumaggine

Descrizione

La fumaggine è una malattia fungina che colpisce diverse specie di piante, sia ornamentali che orticole. I danni di questa fitopatologia non sono immediati e non danneggiano la pianta nel breve periodo, mentre possono danneggiarla nel lungo periodo, con evidenti conseguenze estetiche e produttive. La fumaggine è causata da specifici ceppi fungini che a loro volta sono veicolati da diversi agenti patogeni, quali insetti parassiti, attrezzi per giardinaggio non puliti e mani d’uomo non perfettamente igienizzate. Anche le condizioni di sofferenza colturale della pianta ( eccessivo calore ed umidità) possono favorire lo sviluppo della fumaggine. La malattia è contagiosa e si propaga anche attraverso il contatto con altre piante o parti di pianta infette. Tempestività ed una preventiva cura delle piante possono limitare l’insorgere della fumaggine e le conseguenze della malattia conclamata.

Caratteristiche

La fumaggine è causata da un genere di funghi saprofiti appartenenti a diversi ceppi. Vengono detti saprofiti gli organismi che si nutrono di materia organica morta. Tra quelli infettivi ritroviamo i funghi Cladosporium, Capnodium, Aureobaisdium ed Antennarella. Questi ceppi fungini vengono sovente veicolati da insetti parassiti, tra cui afidi, aleurodidi, rincoti e cocciniglie. I suddetti parassiti producono sulle piante una sostanza vischiosa e zuccherina che crea un ambiente umido favorevole allo sviluppo della fumaggine. La malattia si presenta con uno strato nerastro che ricopre abbondantemente le diverse parti della pianta, quali foglie, frutti e germogli: gli stessi su cui si deposita la melata prodotta dagli insetti parassiti. Lo strato nerastro della fumaggine è simile alla fuliggine che si sviluppa dai camini, si tratta di una sorta di polvere scura che deturpa la resa estetica della pianta compromettendone anche la sopravvivenza. Nel breve periodo la fumaggine è praticamente innocua per le piante, che dopo la rimozione della polvere nerastra si mostrano perfettamente sane. I danni della fumaggine si vedono nel lungo periodo perché il feltro scuro che ricopre le parti vegetali sottrae alla pianta aria e luce impedendole di compiere la fotosintesi e di produrre fiori e frutti. A lungo andare, la sistematica compromissione della capacità fontosintetica della pianta, ne blocca la crescita e la fioritura portando a un deperimento che può anche provocare la morte della specie infettata. In agricoltura di solito si interviene per tempo e molte specie colpite da fumaggine vengono ripulite nei centri di lavorazione per essere immesse sul mercato in buone condizioni qualitative.

Piante colpite

La fumaggine colpisce qualsiasi specie di pianta. La si può trovare sulle specie annuali, perenni, sulle sempreverdi, sulle piante a fiore, su quelle arbustive ed erbacee, persino sulle piante grasse. La malattia si può manifestare anche sugli alberi, sia da frutto ( ulivo ed agrumi), sia ornamentali, ma anche sulle specie rampicanti e sulle piante da siepe, come l’alloro e l’evonimo.

Cause

Le cause della fumaggine sono molteplici ed attribuibili a diversi fattori. Tra questi spiccano le infestazioni da insetti parassiti e produttori di melata e poi gli errori colturali e le condizioni di sofferenza delle piante. La fumaggine si manifesta spesso in condizioni di eccessiva umidità e calore, oppure nelle piante da appartamento che sono collocate in luoghi poco luminosi ed areati. Anche gli interventi di potatura con attrezzi non lavati e non disinfettati possono provocare la fumaggine.

Prevenzione e lotta

La fumaggine si può combattere sia con strategie preventive che con opportuni metodi di lotta. La prevenzione riguarda l’evitamento di tutti gli errori colturali che possono favorire la propagazione dei funghi responsabili della malattia. In tal caso è meglio non eccedere nelle irrigazioni per non rendere troppo umido il terriccio. Se la pianta è esposta all’ombra ed in un appartamento surriscaldato, è bene spostarla in una zona più areata e luminosa. Le piante che crescono eccessivamente vanno potate per eliminare le parti che creano troppa ombra rischiando di non far respirare la pianta. E’ molto importante anche intervenire tempestivamente in caso di attacco di afidi e di cocciniglie. Quando le infezioni da parassiti sono contenute si può operare manualmente, rimuovendo gli insetti con cotone e alcool, mentre nelle infestazioni avanzate è meglio ricorrere ad antiparassitari. Alle prime avvisaglie di fumaggine bisogna anche provvedere a rimuovere il fumo nerastro lavando la parte infetta con acqua e detergenti. Se lo strato è troppo solido, lo si può rimuovere con delle apposite spazzole. Se la fumaggine è troppo estesa si può ricorrere ad anticrittogamici a base di rame. Si tratta di prodotti con una certa fitotossicità, che vanno attentamente consigliati solo da un florovivaista. I prodotti rameici vanno somministrati nelle parti colpite dalla malattia, ad intervalli di circa trenta o quaranta giorni. Dopo il trattamento curativo, la pianta va concimata con fertilizzanti a base di potassio e fosforo, che ne favoriscono la ripresa vegetativa. Nel caso sia impossibile eliminare lo strato di fumaggine dalle parti colpite, è meglio tagliarle e bruciarle. Il resto sano della pianta andrà anche rinvasato in un nuovo terriccio, in modo da evitare il contatto con i miceli dei funghi patogeni ancora nascosti nel substrato.

Mal bianco

Descrizione

Avete notato sulle vostre piante ornamentali delle chiazze bianche come la neve? Se la risposta è sì, potrebbe trattarsi di mal bianco, una malattia delle piante provocata da diverse famiglie di funghi appartenenti al genere Oidium. Proprio per l’agente eziologico che lo provoca, il mal bianco è detto anche “oidio”. I funghi del genere oidium appartengono a diverse famiglie di miceti, che seppure con caratteristiche riproduttive differenti, sono responsabili delle stessa malattia in numerosissime specie di piante. Gli oidium comprendono, infatti, specie perfette e imperfette. Le prime si riproducono per via sessuata, le seconde, in modalità asessuata. La famiglia di appartenenza degli oidium imperfetti è quella delle Erysiphaceae, mentre per le forme perfette è quella degli Ascomycota. In realtà esistono altre specie intermedie di miceti responsabili del mal bianco, i quali vengono classificati con il nome scientifico di altre famiglie. L’enorme varietà di miceti in grado di causare il mal bianco, rende questa patologia altamente dannosa per le piante e con un’incidenza più elevata della media. All’’interno delle varie famiglie di miceti patogoni, si ritrovano, inoltre, specie polifaghe ( infettano diverse piante), olifaghe( colpiscono solo poche piante) e monofaghe( prediligono soltanto una specie o una determinata varietà di piante).

Sintomi

Il mal bianco si manifesta con delle chiazze o macchie bianche pulverulente su alcune parti della pianta colpita, come foglie, fiori, boccioli, gemme e frutti in via di maturazione. La polvere bianca appare simile a un composto farinoso che ricopre in tutto o in parte la zona della pianta colpita. Successivamente e quando l’infezione si fa più estesa, si assiste alla necrosi dei tessuti vegetali, al disseccamento delle parti infettate e alla loro prematura caduta. Il mal bianco provoca anche l’indebolimento generale della pianta e difficoltà nell’accrescimento della stessa. Le foglie possono inizialmente ingiallirsi e poi avvizzire, mentre nei frutti in fase di maturazione si può assistere a un innaturale rammollimento e alla loro spaccatura, con ingresso di altri organismi o batteri patogeni che contribuiscono ad accelerare la morte della pianta infettata dal mal bianco.

Piante colpite

Le specie vegetali colpite dal mal bianco sono tantissime e vanno dalle piante ornamentali, ai cereali, agli ortaggi e alle piante da frutta. La malattia, in molti casi, prende il nome proprio dalla pianta infettata. Avremo così il mal bianco della rosa, dell’evonimo, dell’ortensia, della begonia, del platano, del nocciolo, della vite, del melo, del biancospino, del carciofo, dei cereali, delle cucurbitacee e delle leguminose. Alcuni miceti responsabili del mal bianco possono colpire trasversalmente differenti specie di piante. E’ il caso, ad esempio, del mal bianco del carciofo, che si manifesta anche nel pomodoro, nella melanzana, nell’olivo e nel sesamo, o del mal bianco del nocciolo, che colpisce anche l’acero, il frassino, la betulla, il pero e il lillà.

Cause

Il mal bianco si diffonde con alte temperature ed umidità relativa. Il periodo predisponente all’infezione è la tarda primavera e l’estate. I funghi del genere oidium si diffondono proprio con le alte temperature ( 20- 30 °), mentre non sopravvivono con le piogge intense a causa dell’effetto di dilavamento sulle parti infettate della pianta. Un’umidità lieve e persistente sulla parte superiore delle foglie può, invece, favorire la diffusione della malattia. Il mal bianco è infatti, provocato dalle spore che si liberano dall’apparato riproduttivo dei funghi, formato dalle ile. Le ile, al microscopio, si presentano come delle sottili ramificazioni o dei filamenti che attecchiscono grazie all’umidità e alle temperature elevate. Le spore prodotte dalle ile si liberano anche nell’aria e con il vento vengono trasportate nell’ambiente circostante. In inverno, le spore di oidium entrano in una fase di “riposo” riparandosi dalle condizioni climatiche avverse e dalle basse temperature attraverso nascondigli nelle parti di piante secche o in marcescenza.

Difesa

Il mal bianco si può combattere sia con strategie preventive che con sostanze antifunghine o antioidio. La prevenzione consiste nell’innaffiare le piante alla base e non nella parte superiore delle foglie; nella corretta concimazione, che deve comprendere un nutrimento azotato in proporzione alle reali necessità della pianta, e nell’adeguata areazione della pianta per impedire l’accumulo di umidità. Altra strategia preventiva, l’uso di prodotti a base di zolfo, la polvere verdastra ad azione coprente, che deve essere applicata per intero sulle diverse parti della pianta. Senza una copertura totale, anche lo zolfo si rivela inefficace per prevenire il mal bianco. Le applicazioni di questa sostanza devono essere effettuate con le basse temperature, cioè, durante la stagione invernale, quando il rischio di infezione è praticamente nullo. Per evitare lo svernamento delle spore durante la primavera o l’estate, dalla pianta vanno allontanate e preferibilmente bruciate, parti marciscenti o secche, come rami, foglie, petali e frutti. Quando l’infezione si è già diffusa, i trattamenti efficaci sono quelli con prodotti chimici antiodici, quali, ad esempio, fenarimol, dinocap e benomil.

Ticchiolatura

Descrizione

La ticchiolatura è una malattia delle piante provocata da alcune specie di funghi. Molto simili per caratteristiche infettive e riproduttive, i funghi responsabili della malattia appartengono all’ordine degli ascomiceti e prediligono alberi da frutto, piante orticole ed ornamentali. La ticchiolatura, al pari di altre malattie funghine, va preventivamente evitata per i gravi danni che è in grado di provocare alle colture.

Piante colpite

La ticchiolatura interessa il pero, il melo, il nespolo, diverse piante orticole ( cetriolo, prezzemolo, ecc.) e persino la rosa e il biancospino. L’infezione si propaga sul margine superiore delle foglie, ma può interessare anche quello inferiore, i germogli, i frutti e le parti legnose.

Caratteristiche

La ticchiolatura viene provocata da diverse specie di miceti, o ascomiceti. Quelli responsabili della malattia nel melo sono i funghi Venturia inaequalis, il pero viene, invece, colpito dal fungo Venturia pirina, mentre il nespolo dal fungo Fusicladium eriobotryae, appartenente alla famiglia delle dematiaceae. Questi funghi patogeni possono riprodursi per via sessuata e agamica. Nel primo caso si produrranno i conidi che andranno a inoculare direttamente le parti della pianta, mente nel secondo, le ascospore, che vengono trasportate dal vento depositandosi sulle piante preferite. I funghi che colpiscono il pero hanno dimensioni più grandi rispetto a quelli che attaccano il melo. Le caratteristiche dell’infezione sono però simili in qualunque tipo di pianta.

Sintomi

I sintomi della ticchiolatura si manifestano principalmente con macchie brunastre o scure sul margine delle foglie. Queste macchie, man mano che l’infezione si espande diventano sempre più grandi fino a ricoprire e a macchiare tutta la superficie delle foglie. Nel margine inferiore delle stesse si può assistere anche alla formazione di una patina pulverulenta dovuta alla diffusione del micelio funghino. Quando la malattia è troppo estesa, l’apparato fogliare si deforma seccando e cadendo precocemente. A volte si possono manifestare anche delle bollicine che creano delle spaccature nelle foglie più giovani. Altre parti vegetali sottoposte all’infezione sono i germogli , i frutti e raramente le parti legnose, sede della riproduzione sessuata del fungo. I germogli colpiti presentano, al pari delle foglie, delle macchie scure e delle dimensioni piuttosto ridotte. Anche i fiori, se vengono attaccati, si colorano di scuro cadendo precocemente. Nei frutti si evidenziano invece delle macchie brunastre concentriche che nella fase di maturazione possono portare alla cascola, mentre nei frutti adulti a delle spaccature che favoriscono l’ingresso di altri organismi patogeni.

Cause ed epoca infezione

La ticchiolatura è diffusa nei paesi mediterranei caratterizzati da inverni miti e da eccessiva umidità. Queste condizioni sono ormai diffuse su tutto il territorio nazionale, sia al Nord, che presenta estati torride e molto umide, sia nel Sud dove gli inverni sono sempre più miti e accompagnati da abbondanti precipitazioni. Le alte temperature e l’elevata umidità favoriscono lo svernamento del fungo responsabile della malattia. Bastano già venti gradi centigradi per favorire la propagazione dei miceli patogeni all’interno della pianta. Il periodo favorevole allo sviluppo dell’infezione è la primavera, quando maturano i fiori, e l’estate, quando il tasso di umidità e il calore sono al massimo. Per alcune specie di piante si possono avere attacchi anche all’inizio dell’autunno.

Prevenzione

La prevenzione della ticchiolatura si effettua con adeguata concimazione, corretti interventi di potatura, impianto di varietà resistenti e procedure di irrigazione mirata. La concimazione ideale per impedire la propagazione del fungo è con concimi organici maturi, a volte è consigliabile arricchire il terreno con il compost. La potatura invernale deve mirare all’eliminazione di foglie e altri parti secche della pianta che potrebbero essere infette. Le parti eliminate possono essere interrate in profondità o bruciate. Durante la potatura estiva si vede procedere a dare alla chioma dell’albero una forma che crei spazi tra una foglia e l’altra, perché la ticchiolatura ha difficoltà a propagarsi negli spazi fogliari ben areati. Le parti superiori della pianta non vanno irrigate perché l’umidità favorisce lo sviluppo del fungo, meglio un’irrigazione frequente e sulle parti basali della specie coltivata.

Lotta

Quando l’infezione da ticchiolatura è troppo estesa si deve necessariamente procedere alla lotta chimica. I prodotti più utilizzati sono a base di rame e di zolfo. I prodotti rameici possono essere realizzati in forma granulare o liquida. Quelli granulari vanno sciolti in dieci litri d’acqua. I trattamenti preventivi dei composti granulari vanno effettuati ogni otto giorni, mentre quelli curativi prevedono una dose di 70 grammi di granuli nei trattamenti invernali e di 35 grammi in quelli primaverili ed estivi. I prodotti rameici sotto forma di liquido o polvere bagnabile richiedono minori quantità e resistono maggiormente al dilavamento, ma hanno un maggiore effetto fitotossico. Per la lotta alla ticchiolatura risultano efficaci anche i polisolfuri di calcio. Per la ticchiolatura se ne usano 20 chili in 100 litri di acqua. Questi ultimi composti sono biodegradabili. Per un corretto uso dei prodotti chimici è consigliabile attenersi scrupolosamente alle istruzioni riportate nella confezione acquistata, poiché queste possono variare da una casa produttrice all’altra.

POLTIGLIA BORDOLESE

FUNGICIDI